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dalla prefazione del libro...
Pre-fazione (o pre-finzione?)
Il titolo qui sopra, con la sua ambiguità, mi aiuta a cominciare la stesura delle poche righe di premessa alle quattro pièce che mi hanno reso più lieve la fine del secondo millennio. In precedenza mi ero dedicato come scrittore - o scrivente - alla psicologia e alla narrativa, oltre che alle immancabili poesie, ricavandone qualche soddisfazione, ma anche un gran senso di pena per tutte quelle parole che giacevano immobili nei loro letti bianchi, in attesa di un lettore che, dandogli un senso, le risvegliasse da una morte apparente. Così, nel 1994, fondai una compagnia teatrale - "Il Teatro del Pensiero" - e trovai nella drammaturgia la maniera di animare una parte delle parole che andavo scrivendo. Fa un'impressione particolare interpretare un proprio testo davanti a un pubblico o vederlo rappresentato da altri: è come se il mondo uscito dal tuo immaginario esistesse davvero. Inoltre la vita del saggista e del narratore tende alla solitudine, mentre quella del teatrante richiede la compagnia di altri esseri umani. Tenuto conto del fatto che svolgevo ormai da molti anni, e ancora svolgo, la professione di psicoterapeuta e trascorrevo quindi la maggior parte della giornata chiuso nel mio studio, è facile capire come mai avessi tanto bisogno della vitalità caotica del teatro. Non so se mi sono spiegato.
Il Dialogo tra due venditori di verità, un venditore di possibilità e uno scettico mancato nacque dall'esigenza di trattare in modo vivace questioni di fondo del lavoro psicoanalitico. La forma del testo teatrale mi parve la più adatta allo scopo. In esso sono messi a confronto quattro modi diversi di pensare e di praticare la psicoanalisi, quattro posizioni epistemologiche che si sono avvicendate e sovrapposte nel XX secolo. Il dibattito si svolge "sulla testa" di un povero paziente, che pur essendo al centro delle disquisizioni intellettuali, viene di fatto ignorato come presenza in carne e ossa. Solo un demone, istintivo e dionisiaco, che non ha parola e si esprime con la danza, è in contatto con lui. Quando rappresentammo il Dialogo a Genova, in un locale dell'ex ospedale psichiatrico, nel dibattito che seguì venni duramente attaccato da uno psicoanalista, direttore di una scuola di formazione in psicoterapia, che mi accusò, in sostanza, di gettare cattiva luce sulla psicoanalisi e sul mio stesso lavoro. Fu la prova migliore di quanto fossero fondate le critiche alla psicoanalisi contenute nella pièce, tra cui quella di sottrarsi a un confronto aperto con posizioni divergenti.
Pedro Alonso Ibarrurez era originariamente un racconto che avevo scritto sulla scorta delle suggestioni di un viaggio a Barcellona. Era stato scelto come canovaccio per una rappresentazione teatrale del laboratorio di improvvisazione che frequentavo all'inizio degli anni novanta. Il lavoro venne lasciato a metà e io, che già pregustavo la gioia di veder messa in scena una mia storia, ci rimasi male. Così, quando mi sentii in grado di calarmi nei panni di regista, radunai alcuni vecchi compagni del laboratorio e altri aspiranti attori e ci mettemmo all'opera. Scrivevo il testo tra una prova e l'altra, ispirandomi alle improvvisazioni e alle caratteristiche degli attori che avevo a disposizione: il contrario di quello che avviene di solito, come un paroliere che viene ispirato dalla musica. Era inverno e provavamo in una ex chiesa, trasformata in sede della Società operaia di Spoltore, un paese di collina, vicino a Pescara. Faceva un freddo cane, ma eravamo pieni di entusiasmo. Dipinsi i pannelli del fondale in una stanza del mio appartamento, che per due mesi fu quasi impraticabile per l'acuto odore di tempere e smalti. Ne vennero fuori una serie di "quadri" infantili, che ben si adattavano all'ingenuità di Pedro, il protagonista della pièce. Fu un'esperienza eroica, di quelle che si raccontano ai nipoti.
Senso contro senso credo rappresenti il punto culminante di un processo che da tempo sentivo svolgersi dentro di me: il sabotaggio sistematico dei significati convenzionali della lingua. Nell'ascoltare i discorsi mi capitava in continuazione di cogliere involontariamente il doppio senso di ciò che il mio interlocutore diceva. Per esempio, se un paziente affermava di non essersi mai accettato, dovevo frenarmi dal rispondergli: "Per fortuna!", dato che me lo immaginavo nell'atto di darsi un colpo di accetta; se al bar sentivo qualcuno chiedere un caffè corretto, mi veniva da ridere pensando a come poteva essere un caffè pieno di errori. Apparentemente roba da dementi. In sostanza il linguaggio aveva perso ai miei occhi i suoi automatismi e, come da bambino, mi sorprendevano i significati secondari, invisibili agli adulti, almeno a quelli abituati ad abusare delle parole (ti stai forse chiedendo, caro lettore, com'è possibile abusare sessualmente di un verbo o di un aggettivo?). Il tutto accadeva in un periodo in cui ripetuti "bidoni" e disillusioni mi avevano indotto a non prendere più sul serio i discorsi. Nonostante ciò - o proprio per questo - Senso contro senso è un monologo comico.
Ci sono libri la cui lettura lascia il segno; uno di questi è stato per me Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa. Era l'aprile del 1987 e incontrare Bernardo Soares, il protagonista del libro di Pessoa, fu come trovare un'anima gemella. Nelle sue pagine di diario ho conosciuto me stesso più che in analisi. Fu inevitabile, una volta datomi al teatro, ricavarne una pièce - L'inquietudine immobile - la cui interpretazione mi ha donato indimenticabili momenti di estasi poetica. E' un'opera in cui si coniugano il teatro e la danza; perciò fu anche un'occasione per lavorare con una ballerina e scoprire i retroscena di un'arte, la danza, che mi ha da sempre affascinato: la leggerezza, la grazia, l'armonia di cui è capace il corpo, quelle virtù che io vado inseguendo, spesso invano, con la scrittura. La tentazione di pubblicare senza alcuna premessa i lavori teatrali sin qui prodotti è stata forte; ma dato che sono tanto differenti tra loro, ho pensato che scrivere questa pre-fazione - o pre-finzione - mi avrebbe dato modo di riflettere sul loro senso globale - ammesso che vi sia. Tuttavia ora sto pensando che sarebbe più giusto lasciare ad altri questo compito e abbandonare il vizio psicoanalitico di estrapolare un significato definito da una materia magmatica. Nel dubbio dirò soltanto che se un filo conduttore c'è, mi sembra consistere nell'ironia, tutto sommato benevola, con cui sono tratteggiati i personaggi - intellettuali o poveri diavoli che siano. La stessa ironia che aiuta a vivere, almeno me, nel gran teatro del mondo, dove è difficile trovare non dico la verità, ma persino la sua ombra. Mi accompagna da diversi anni la sensazione che l'insieme dei rapporti umani sia né più né meno che una tragicommedia, in cui ciascuno recita inconsapevolmente il proprio copione da un giorno all'altro, con poche variazioni. Così il teatro è stato ed è un mezzo per esprimere questo sentimento della realtà, per reagire creativamente alla percezione della ineluttabilità dei destini personali e interpersonali, prima che il sipario si chiuda e io possa dire come Prospero ne La tempesta:
Le nostre rappresentazioni sono finite. Questi nostri attori…erano soltanto spiriti e sono svaniti nell'aria, nell'aria sottile.
Per avere il libro rivolgersi all'autore ( clmerini@tin.it)
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